Ernia cervicale: mi devo operare? Che ruolo ha la riabilitazione?

ernia cervicale

«Ho un’ernia cervicale, devo operarmi?» Me lo chiedono di continuo, di solito pochi giorni dopo la risonanza e con il referto in mano. La risposta dipende da molte cose. Gli studi aiutano a ragionare, ma non decidono al posto del clinico difronte al singolo paziente.

In questo articolo provo a spiegare, in modo semplice, cosa si sa, cosa non si sa e dove la riabilitazione c’entra comunque.

 

Un’ernia alla risonanza non è ancora una diagnosi

Molte persone che non hanno mai avuto dolore cervicale hanno comunque un disco alterato, una protrusione o un ernia, e con l’età succede sempre più spesso: in uno studio storico su volontari sani circa una risonanza su cinque mostrava un’anomalia [1], e altri lavori confermano che le alterazioni crescono con gli anni [2,3]. Per questo il referto va letto insieme a ciò che la persona prova e a ciò che l’esame clinico trova: dolore che scende lungo il braccio, perdita di forza, riflessi, sensibilità. Un’ernia può dare sintomi, ma vederla in un’immagine non basta a dire che sia lei il problema.

 

Cosa succede di solito nel tempo

Nella maggior parte dei casi il dolore al braccio migliora anche senza intervento, ma ci vuole tempo: le revisioni parlano di mesi, spesso due o tre anni per un recupero completo, con il grosso del miglioramento nei primi quattro-sei mesi [4]. Non tutti però recuperano alla stessa velocità. In uno studio su pazienti trattati con la fisioterapia, poco più della metà si dichiarava recuperata dopo un anno [5]; in quel gruppo i sintomi duravano da più tempo. Sono medie, e la media non dice come andrà il singolo caso.

La verità e molto più variegata di quanto la letteratura dica: ci sono pazienti che con determinati trattamenti riesci ad aiutare già in poche sedute, altri che necessitano di più trattamenti e di settimane prima di iniziare a star meglio e recuperare dolore e funzionalità.

 

Quando ha senso pensare alla chirurgia

Pensare alla chirurgia non vuol dire operarsi. In due situazioni, però, il parere del chirurgo non va rimandato: quando compaiono segni che il midollo spinale soffre (mani goffe, difficoltà a scrivere, instabilità nel cammino, problemi di vescica o di intestino) e quando la forza del braccio o della mano peggiora nel tempo [6,7].

In tutti gli altri casi l’intervento viene di solito proposto se, dopo almeno sei settimane di trattamento conservativo, il dolore resta fortemente invalidante [6,7]. Sono indicazioni pratiche, non regole dimostrate: gli studi disponibili sono pochi e ridotti, e non permettono di stabilire con precisione quando i benefici superano i rischi [8].

 

Operarsi o no: cosa dicono gli studi?

Gli studi che confrontano l’intervento con il trattamento conservativo, cioè fisioterapia, farmaci, a volte il collare, sono pochi e con limiti. Quello che emerge con una certa costanza è che chi si opera migliora più in fretta nel primo anno. Con il tempo la differenza si riduce, e dopo uno o due anni diversi studi non trovano più un vantaggio chiaro [8,9]. Seguendo i pazienti per cinque-otto anni, uno studio svedese ha trovato un vantaggio per gli operati su disabilità e dolore al collo, ma non sul dolore al braccio né sulla funzione [10]. Un lavoro olandese del 2025, in cui il trattamento veniva scelto insieme al paziente, non ha trovato differenze significative a uno e due anni, ma ha limiti importanti proprio perché i gruppi non erano formati a caso [7].

In pratica, il vantaggio dell’intervento sembra essere soprattutto quello di accelerare il miglioramento, mentre è meno chiaro quanto questo vantaggio si mantenga nel tempo.

Nessuno studio può dirti in anticipo da che parte starai tu.

Ricordiamoci che gli studi mostrano e studiano una popolazione specifica, pertanto non è detto che rappresentino perfettamente la popolazione generale. Soprattutto, non ci dicono anticipatamente CHI avrà maggior successo dall’operazione o dalla fisioterapia, ma ricordiamoci che, tra chirurgia e fisioterapia…

 

I rischi non sono gli stessi

Le due strade non stanno sullo stesso piano. L’intervento comporta rischi che la fisioterapia non ha, anche se per la maggior parte sono rari. Una revisione di oltre duecento studi sulla chirurgia cervicale per via anteriore riporta problemi in percentuali da 1 a 5 % come ematomi, voci alterate per sofferenza del nervo faringeo, problemi neurologici conseguenti, difficoltà a deglutire, infezioni ecc..

Nel complesso gli autori giudicano la frequenza delle complicanze bassa, ma le stime cambiano molto da uno studio all’altro: in una grande serie di pazienti, per esempio, la difficoltà a deglutire arrivava quasi a 1 su 10 [12].

Anche il percorso fisioterapico ha un prezzo: tempi più lunghi e, per alcune persone, farmaci per il dolore neuropatico (in uno studio circa una persona su cinque li prendeva ancora a sei mesi [5]). In compenso non ha rischi paragonabili e non chiude la porta alla chirurgia, che si può riconsiderare se la forza peggiora o se il dolore diventa intollerabile [7].

 

Perché la risposta non è uguale per tutti

Gli studi descrivono medie, e le medie nascondono persone molto diverse. Nella scelta pesano il modo in cui si vive il dolore, il lavoro, lo sport, la paura e quanto si riesce ad aspettare: cose che gli studi misurano poco. Per questo la decisione va sempre condivisa, e una parte di soggettività è inevitabile.

Alcuni fattori sono stati associati a esiti migliori o peggiori, ma vanno letti come tendenze, non come regole. In genere, il trattamento conservativo tende a dare risultati migliori quando i sintomi sono recenti, si riesce ancora a ruotare bene il collo e il dolore e le limitazioni iniziali sono contenuti; al contrario, i risultati tendono ad essere peggiori quando i sintomi durano da tempo o in chi è in indennizzo lavorativo [4,5]. Dopo l’intervento, sembrano avere un riscontro migliore chi prova dolore da meno di un anno, chi non fuma e chi parte con meno limitazioni [14]; invece, hanno un esito peggiore chi soffre di depressione o chi ha atteso a lungo (qui la fonte è solo un abstract di congresso) [15]. In un confronto diretto, l’intervento dà, quindi, un vantaggio concreto a chi ha dolore da meno di un anno, ansia elevata e poca fiducia nelle proprie capacità di gestire il dolore [16]. Per la possibilità di recidiva non risultano modelli predittivi validati.

 

La riabilitazione in ogni percorso

Gli studi misurano soprattutto il dolore e quanto la persona si sente limitata. Ma stare meglio dal punto di vista del dolore non significa aver recuperato la funzione: forza e resistenza dei muscoli del collo, mobilità, controllo del movimento, fiducia, ritorno allo sport. Su questi aspetti i dati sono meno numerosi e, dove ci sono, il quadro è meno roseo: in una ricerca svedese sulla riabilitazione dopo l’intervento si ricorda che, guardando anche la funzione, circa due operati su tre riferiscono una funzione del collo scarsa, poca resistenza muscolare e dolore quotidiano, e che togliere la compressione non migliora per forza il dolore al collo né le limitazioni [18]. Anche i deficit di sensibilità e di riflessi possono restare a distanza di due anni [19].

Nella mia esperienza vedo spesso pazienti operati che si portano dietro deficit, timori o che non sono tornati al livello di sport di prima. Non si può generalizzare, ma è qualcosa che si osserva dopo qualunque intervento in altri distretti.

 

Cosa sappiamo, allora?

Nei pazienti con dolore da compressione del nervo, la sola fisioterapia strutturata (esercizi specifici per il collo e un approccio che aiuta a gestire dolore e paura) non ha dato risultati peggiori dell’intervento, seguito dalla stessa fisioterapia, su mobilità, resistenza muscolare e funzione della mano a due anni; gli autori suggeriscono di provare la fisioterapia prima di decidere per la chirurgia [17]. Dopo l’intervento, invece, una riabilitazione strutturata confrontata con la cura standard non ha mostrato differenze sul ritorno al lavoro e sugli esiti neurologici [19,20]. Non significa che non serva: significa che sugli aspetti misurati un vantaggio non è dimostrato, mentre restano aperti quelli che non sono stati misurati, come la paura del movimento e il ritorno allo sport. Quanto alle singole tecniche, l’evidenza è di bassa qualità e nessuna si è dimostrata superiore alle altre [21]; per l’esercizio ci sono indicazioni di beneficio su funzione e partecipazione [22].

Quindi, un buon percorso parte dalla valutazione della funzione e procede con esercizio progressivo fino alle attività vere, lavoro e sport compresi. Se non si opera, serve a recuperare mentre il quadro evolve; prima dell’intervento, ad arrivarci nelle condizioni migliori (lo suggerisce un dato osservazionale [15]); dopo, a recuperare ciò che la sola decompressione non restituisce per forza [18].

 

In breve

Il referto da solo non decide cosa serva al paziente, bisogna essere positivi perché, dopo le prime difficili settimane, solitamente il dolore migliora, anche se in alcuni casi ci vuole tempo. Se il midollo è in sofferenza o la forza peggiora, va valutata subito la chirurgia; negli altri casi vale la pena provare prima un trattamento fisioterapico conservativo adeguato. Le due strade hanno rischi diversi, e il vantaggio dell’intervento nei casi non urgenti è soprattutto una questione di tempo. La scelta è condivisa e in parte soggettiva, la riabilitazione c’entra in ogni caso.

Hai un’ernia cervicale, o sei stato operato e senti di non essere tornato come prima?

Da oltre 25 anni, in Fisiosan seguiamo pazienti con problemi cervicali di ogni tipo: chi arriva con una risonanza in mano e la domanda «devo operarmi?», e chi ha già affrontato un intervento. Una valutazione funzionale, affiancata al percorso con lo specialista, ti aiuta a capire quale strada ha più senso per te e come costruire il recupero. Ci trovi a Trieste e a Muggia.

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce la valutazione di un medico o di un fisioterapista.

 

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Bibliografia

  1. Boden SD, et al. Abnormal magnetic-resonance scans of the cervical spine in asymptomatic subjects: a prospective investigation. J Bone Joint Surg Am. 1990;72(8):1178-1184. PMID: 2398088
  2. Nakashima H, et al. Abnormal findings on magnetic resonance images of the cervical spines in 1211 asymptomatic subjects. Spine (Phila Pa 1976). 2015;40(6):392-398.
  3. Brinjikji W, et al. Systematic literature review of imaging features of spinal degeneration in asymptomatic populations. AJNR Am J Neuroradiol. 2015;36(4):811-816. doi:10.3174/ajnr.A4173
  4. Wong JJ, Côté P, Quesnele JJ, et al. The course and prognostic factors of symptomatic cervical disc herniation with radiculopathy: a systematic review of the literature. Spine J. 2014;14(8):1781-1789. doi:10.1016/j.spinee.2014.02.032
  5. Sleijser-Koehorst MLS, Coppieters MW, Heymans MW, et al. Clinical course and prognostic models for the conservative management of cervical radiculopathy: a prospective cohort study. Eur Spine J. 2018;27(11):2710-2719. doi:10.1007/s00586-018-5777-8
  6. Evolent / National Imaging Associates. Clinical Guideline NIA_CG_307: Cervical Spine Surgery. Gennaio 2024 (linea guida di appropriatezza, non sottoposta a revisione tra pari).
  7. Gül A, van Geest S, Kuijper B, et al. The CASINO trial: surgical versus conservative management in patients with cervical radiculopathy due to intervertebral disc herniation: a prospective cohort study. Eur Spine J. 2025. doi:10.1007/s00586-025-09045-y
  8. Nikolaidis I, Fouyas IP, Sandercock PAG, Statham PF. Surgery for cervical radiculopathy or myelopathy. Cochrane Database Syst Rev. 2010;(1):CD001466. doi:10.1002/14651858.CD001466.pub3
  9. Engquist M, Löfgren H, Öberg B, et al. Surgery versus nonsurgical treatment of cervical radiculopathy: a prospective, randomized study comparing surgery plus physiotherapy with physiotherapy alone with a 2-year follow-up. Spine (Phila Pa 1976). 2013;38(20):1715-1722.
  10. Engquist M, Löfgren H, Öberg B, et al. A 5- to 8-year randomized study on the treatment of cervical radiculopathy: anterior cervical decompression and fusion plus physiotherapy versus physiotherapy alone. J Neurosurg Spine. 2016;26:1-9.
  11. Yee TJ, Swong K, Park P. Complications of anterior cervical spine surgery: a systematic review of the literature. J Spine Surg. 2020;6(1):302-322. doi:10.21037/jss.2020.01.14
  12. Fountas KN, et al. Anterior cervical discectomy and fusion associated complications. Spine (Phila Pa 1976). 2007;32(21):2310-2317. PMID: 17906571
  13. Hilibrand AS, Carlson GD, Palumbo MA, Jones PK, Bohlman HH. Radiculopathy and myelopathy at segments adjacent to the site of a previous anterior cervical arthrodesis. J Bone Joint Surg Am. 1999;81(4):519-528. PMID: 10225797
  14. Klimko N, Danner N, Salo H, et al. Outcome after anterior cervical decompression and fusion: a nationwide FinSpine register study of independent predictors of outcome at 12 months after surgery for degenerative cervical spine. Spine (Phila Pa 1976). 2025;50(10):664-671. doi:10.1097/BRS.0000000000005323
  15. El-Mughayyar D, et al. Perioperative factors predict two year trajectories of pain and disability following anterior cervical discectomy and fusion [abstract P.176]. Can J Neurol Sci. 2022.
  16. Engquist M, et al. Factors affecting the outcome of surgical versus nonsurgical treatment of cervical radiculopathy: a randomized, controlled study. Spine (Phila Pa 1976). 2015. PMID: 26192721
  17. Peolsson A, et al. Physical function outcome in cervical radiculopathy patients after physiotherapy alone compared with anterior surgery followed by physiotherapy: a prospective randomized study with a 2-year follow-up. Spine (Phila Pa 1976). 2013;38(4):300-307. doi:10.1097/BRS.0b013e31826d2cbb
  18. Peolsson A, Peterson G, Hermansen A, et al. Physiotherapy after anterior cervical spine surgery for cervical disc disease: study protocol of a prospective randomised study to compare internet-based neck-specific exercise with prescribed physical activity. BMJ Open. 2019;9(2):e027387. doi:10.1136/bmjopen-2018-027387
  19. Peolsson A, Löfgren H, Dedering Å, et al. Neurological outcomes after surgery and postoperative rehabilitation for cervical radiculopathy due to disc disease: a 2-year follow-up of a randomized clinical trial. Sci Rep. 2023;13:3830. doi:10.1038/s41598-023-31005-z

 

Dott. Marco Segina

Responsabile della sezione Fisioterapia Ortopedica e Sport del Poliambulatorio Fisiosan con sede a Trieste e a Muggia.
Amministratore della Polisportiva Venezia Giulia SSDarl – con sezioni Volley, Basket, BodyBuilding, Pesistica, Corsa, MountainBike.
Laureato in Fisioterapia con Lode C/o Facoltà di Medicina e Chirurgia di Trieste e Vincitore del premio miglior tesi di Laurea in Italia nel 2008 (Una nuova Scala di Valutazione delle Lombalgie).

Altri titoli:
Master Universitario in ecografia muscoloscheletrica per fisioterapisti e podologi;
Master Universitario in Osteopatia;
Diploma di Osteopractor (American Academy of Manipulative Therapy);
Diploma di Chiroterapia e manipolazioni vertebrali (Manipulation Italian Academy);
Diploma di Preparatore Atletico;
McKenzie method (level A,B,C,D,E);
Stecco method (I e II livello);
Dry Needlig cert. (American Academy of ManipulativeTherapy);
Spinal Manipulation cert. (American Academy of Manual Therapy);
McGill method (I,II,III livello);
Documentarion based care certificate instructor;
Istruttore di Functional Trainig;
Personal Trainer;
Tecnogym Exercise specialist.